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Playlist 2008

radiosky | 7 Gennaio 2009

“Best Of 2008″

1- Day and Age \\ The Killers

2- The Age Of Understatement \\ Last Shadow Puppets

3- Viva la Vida or Death and All His Friends \\ Coldplay

4- Með Suð Í Eyrum Við Spilum Endalaust \\ Sigur Rós

5- Forth \\ Verve

6- Oracular Spectacular \\ MGMT

7- Dig Out Your Soul \\ Oasis

8- We Started Nothing \\ The Ting Tings

9- Intimacy \\ Bloc Party

10- Chinese Democracy \\ Guns n’ Roses

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The Killers - Day And Age

radiosky | 1 Gennaio 2009

“Day and Age“, i Killers tornano sul luogo del delitto, sfrontati, ambiziosi, e assolutamente vincenti. Tutto, e il contrario di tutto; questa la via maestra per il sucesso dei Killers. Nel tempo in cui l’America si sposta sull’onda dell’ Obama mania, Brandon Flowers si professa difensore delle armi, simpatizzante di George Bush; patriota e credente, per di più mormone, insomma mostra di avere tutte le carte in regola per far parlare di se. Folta e nutrita anche la lista degli “amici”; nella presentazione del nuovo singolo “Human“, manda in pensione gli U2, “il loro tempo è passato ora ci sono i Killers”; tenero anche con i Green Day, definendo disgustoso il  video “American Idiot” per il loro antipatriottismo. Tra i  sostenitori spuntano  però nomi eccellenti come quello  di Chris Martin che definisce “Human“  la canzone dell’anno; e il baronetto Sir Paul McCartney che sembra abbia espresso il desiderio di poter collaborare con i Killers. Stilato il contorno ambientale, non rimane che andare nel dietro le quinte di questo album. Il suond e le atmosfere nascono nella mente di Stuart Price (Les Rythmes Digitales); produttore tra gli altri di Madonna e Keane, uno che nel suo studio tiene in bella mostra i poster di Brian Eno e David Bowie. “Day and Age” è piu vicino alle melodie glam e anglofone dell’esordio di “Hot Fuss” piuttosto che ai cowboy di “Sam’s Town” con una notevole maturazione. Azzecata la traccia di apertura  “Losing Touch” con un basso e sax a rifinire le parti elettroniche, per un inizio in crescendo. “Human” singolo da hitradio,  in stile Pet Shop Boys, uno di quei ritornelli difficile da togliersi dalla mente per tutta la giornata “you’ve gotta let me know are we human or are we dancer”. “Spacemen” che suona simile alla  “Starman” di Bowie, la canzone che piu si richiama ai tempi di “Mr. Brightside“. “A Dustland Fairytale” ballata rock che racconta la storia dei genitori di Brandon quando avevano 15 anni “inizia una fiaba da un paese polveroso..”. Le leggiadre “This Is You Life” e “I Can’t Stay“, pop dai cori tribali africani la prima, e un pò swing con clavicembali e arpe la seconda. A seguire “Neon Tiger” le cinque stelle dell’album, manifesto barocco della band, emozionale, evocativa, un crescendo di archi e voce. Da ultima la straziante “Good Night Travel Well” scritta  dopo la morte della madre del chitarrista Dave Keuning. Intima e profonda nei testi “stay, don’t leave me, the stars can wait for your sign, don’t signal now“; quanto stupenda nella sua teatralità, e nella sua sinfonia di ottoni e violini; un’ ammaliante discesa nel buio. Album dell’anno; ancora una volta.

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Guns N’ Roses - Chinese Democracy

radiosky | 7 Dicembre 2008

Dopo diciasette lunghi anni e oltre tredici milioni di dollari per la realizzazione, dopo interminabili annunci e smentite è finalmente arrivato “Chinese Democracy“, quello che sarà ricordato come l’album dalla  gestazione più lunga della storia. Della memorabile band originale non rimangono che il tastierista Dizzy Reed e naturalmente il carismatico leader Axl Rose; gli altri pezzi pregiati a partire dallo stotico chitarrista  Slash se ne sono andati, a più riprese. I Guns n’ Roses del 2008 sono riassunti nella mente e nella follia di quell’ Axl Rose, che tanto per  rimanere nel personaggio, ha deciso di disertare la presentazione ufficiale del disco mandando su tutte le furie la casa discografica, non avvisata di nulla. Finite le dovute premesse, parliamo di questo “Chinese Democracy“; opera fatta di testi e soprattutto di musica; entrambi parimenti importanti.
Come era lecito attendersi, lo stesso titolo non ha tardato a sollevare polemiche di ogni genere. Il quotidiano comunista cinese “Global Times” ha aspramente criticato l’album, che è stato immediatamente censurato e ne è stata vietata la vendita per le parole contenute nella opentrack “Chinese Democracy“, “Pensate di aver chiuso tutto a chiave e che se li picchiate duramente, loro moriranno. Per me è come una camminata in un parco, mentre voi la state facendo all’inferno…” per offondare poi i colpi ” Perché ci vorrà molto più odio di quello di cui disponete, per arrestarne il fascino; anche usando un pugno di ferro; maggiore di quanto non abbiate fatto per governare la nazione“. I riferimenti piu o meno diretti e velati non terminano qui; Axl si fa prodigo di citazioni, in “Madacascar” compare lo splendido duetto con Martin Luther King, attraverso i campionamenti  dal suo discorso del ‘63 “I have a dream“. Ancora  in “Catcher n’ the rye” (titolo originale del libro di Salinger Il giovane Holden)  nei versi fa riferimento a Mark David Chapman, l’assassino di John Lennon. Detto dei testi, rimane la musica, piu vicina ad un mai pubblicato “Use your illusion 3” piuttosto che ad “Appetite for destruction” come daltra parte era lecito attendersi. Rose e Pistole, ancora una volta è questa la ricetta vincente; semplice eppure inimitabile per tutti gli altri. Le parti più hard si concentrano in “Shackler’s revenge” pesantemente robusta in apertura, industrial riff di chitarra e groove convincenti nella ritmica, sulla stessa lunghezza d’onda “Scarped”, e “Rhiad and the bedouins“, nonchè la gia menzionata “Chiense democracy“. Sul fronte più rock “Better” , “I.R.S” che riaccende amori del passato e “If the world” funkrock dalla movenze mediorientali finito non a caso nella colonna sonora di “Nessuna verità“, film di Ridley Scott. Punte dell’icerbeg sono “Street of dream” una sorta di nuova “November Rain” con un assolo di chitarra commuovente, e “Madacascar” che trova negli arrangiamenti orchestrali dell’italiano Marco Beltrami e nell’interpretazione vocale di Axl una perfetta compiutezza. Il solo pianoforte di “This is Love” chiude splendidamente questo ritorno che, a conti fatti, era più che necessario; con buona pace dei tanti, troppi denigratori.

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Bloc Party - Intimacy

radiosky | 13 Settembre 2008

“Intimacy” una novità ancor prima di raggiungere i music store. Sull’onda emotiva aperta dai precursionisti Radiohead anche i Bloc Party decidono di lanciare la loro ultima creazione sul web. Cosi il 21 agosto scorso , compare sul sito uffciale della band, la versione digitale scaricabile a 5 sterline; che precede quella definitiva in uscita il 27 ottobre. Per voce dello stesso Kele Okereke, leader del gruppo, questa versione più economica potrà differire da quella che fisicamente si accomoderà sugli scaffali. Trovata commerciale discutibile ma dal sicuro effetto pubblicitario. L’album che ritrova alla produzione, i protagonisti delle scorse edizioni vale a dire Paul Epworth e Jacknife Lee; continua sulla scia del precedente “A Weekend In The City“. Se gli episodi elettronici e le vibrazioni robotiche nel passato erano sporadiche incursioni, qui diventano la normalità. Un percorso, inutile negarlo, che pur con sensazioni e approcci sonori differenti, sembra sovrapporsi perfettamente a quello di Tom York e soci. Si parte con “Ares” per comprendere subito che le ballate andranno cercate altrove e se vogliamo anche gli spunti melodici; a seguire “Mercury“, anche singolo, jazzata, con forti slanci hip hop; mix di Chemical Brothers e di Primal Screen. Tra le altre tracce, quelle con il segno “più” davanti sono sicuramente la possente “Halo“, che a conti fatti è la più suonata dell’album; “Trojan Horse” e “Zepherus” con i loro ticchetti orologistici in stile “Kid A“; e “Signs” unica nota melodica rimasta in regalo. In definitiva “Intimacy” è una buona prova per le sue attitudini sperimentali e rivolte all’avanguardia, ma si perde sul traguardo per la mancanza di innovazione. Per il salto di qualità alla prossima puntata.

bloc party intimacy

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The Verve - Forth

radiosky | 25 Agosto 2008

Partendo dal singolo “Love Is Noise” che ha anticipato di qualche settimana l’uscita di “Forth” si erano create legittime attese di un ritorno ai suoni e alle atmosfere del Britpop di “Urban Hymns“. Niente di più falso. La reunion dei Verve, dopo 11 anni, porta in dote un album che è più rock che pop; più psichedelico che melodico; lontano in forma e sostanza dai territori ormai consumati del pop mainstream. L’apertura dell’opera con “Sit and Wonder” è spigolosa e acida; una intensa e tirata effusione di chitarre, accompagnata da una base ritmica pressante. Sempre sull’onda del ritrovato amore per brani lunghi e di articolata esplicazione, ritoviamo gli oltre otto minuti di “Epic Noise” dove psichedelia e noise sono corposamente mischiati. Ancora “Numbness” con i suoi sei minuti e trenta secondi di allucinazioni e voci tormentose. Qui termina la parte oscura dell’album. Il lato illuminato dal sole, quello in sostanza che trattiene il sottile filo con il passato, è tutto affidato a pezzi come “Valium Skies“, “Rather Be“, e “Judas“, che sanno rimanere a galla; e non farsi ingoiare da nessun effetto nostalgia. I Verve di Richard Ashcroft in versione 2008, sono ancora vivi e vegeti, e con molte cose da dire. Se poi avevate puntato tutte le vostre attese in una nuova versione di “Bitter Sweet Sinphony” rimarrete delusi. In tal caso tranquilli, potrete sempre tornare sull’originale.

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